da: la Repubblica — 01 settembre 2010   pagina 42   sezione: CULTURA

Nell’ agosto rovente del 2009 ho percorso in lungo e in largo l’ Italia per girare il nuovo film di Elisabetta Sgarbi, Se hai una montagna di neve, tienila all’ ombra. L’ idea del film consisteva nello svolgere una specie di inchiesta non-accademica e non-statistica sullo stato della cultura in Italia. Io e il teologo-editor Eugenio Lio dovevamo intervistare in pochi giorni una gran quantità di persone, e chiedere loro cosa fosse la cultura e cosa ne pensavano. Se per loro era importante o no, oggi, e perché. Se leggevano,e cosa. Se andavano al cinema, e a vedere quale film. Domande semplici e terribili e fondamentali, che spesso imbarazzavano sia noi che le ponevamo, sia chi doveva rispondere. Nel nostro viaggio abbiamo intervistato quasi trecento persone: da Umberto Eco al prete di Rho Ferrarese, dalle ragazze che passeggiavano all’ una di notte per Campo de’ Fiori con le bottiglie di birra tiepida in mano a Francesco Merlo, da un formidabile barcaiolo del Po a Marco Cocci a Laura Morante a Giacomo Marramao, da Battiato e Carmen Consoli a Giovanni Reale a Mario Andreose, in una mistura strana e straniante di poche superstar e più di duecento italiane e italiani. La varietà d’ ispirazione e profondità delle risposte di gran parte degli scrittori, filosofi, cantanti, attori, cineasti intervistati è una delle perle del film: qualcuno splende,e qualche maschera cade rovinosamente. Ma il cuore pulsante di Se hai una montagna di neve, tienila all’ ombra sta nelle risposte della gente, del popolo, della moltitudine, chiamatela come volete, che a una sola voce ha annunciato che la cultura è importante, importantissima. Che la cultura è il futuro dei nostri figli e la nostra storia. Che la cultura è il passaporto per un mondo futuro. Che senza la cultura si torna all’ età della pietra. Che – cito a memoria – «chi non ha cultura non è un uomo e nemmeno una donna». Che nel mondo d’ oggi chi non sa è perduto. E poi, però, quando chiedevamo loro se leggevano, rispondevano quasi sempre di no. Senza imbarazzo ci raccontavano che a leggere si annoiano. Che leggevano da giovani, ma ora non più. Che vanno a scuola e devono studiare e così non riescono più a leggere per diletto. Che hanno un lavoro duro o che sono senza lavoro. Che devono pensare alla casae ai bambini. Che preferiscono andare su Internet. Che guardano la televisione. Che non hanno tempo, insomma, di leggere nulla. Nessun libro. Zero. Di quelli che leggevano, molti dicevano di leggere i giornali. Cioè, un giornale. E le pagine più seguite erano sempre quelle sportive, e poi le cronache locali. Qualcuno si azzardava a dire che leggeva saggi d’ attualità, storici e politici, ma intendeva dire l’ ultimo libro di Bruno Vespa. Chi diceva di leggere romanzi, una minoranza assoluta, nominava quasi sempre Fabio Volo. È un film pittorico, quello di Elisabetta Sgarbi. La pioggia di volti che ha ritratto con l’ attenzione al dettaglio dell’ esteta si risolve in una serie infinita di primi piani che potrebbero (e forse dovrebbero) essere stampati su tela e diventare così decine e decine di opere d’ arte, ed essere esposte nei musei per sfidare e sconfiggere quell’ idea buffa e ormai antica che il senso più profondo dell’ arte contemporanea di oggi si debba sempre ritrovare nell’ estenuante diluirsi nel tempo di immagini eleganti e rallentatee vuote, che noi visitatori-spettatori dovremmo guardare in piedi per mezzore intere davanti a schermi piccoli piccoli. Ma l’ importanza, vorrei dire la necessarietà, di Se hai una montagna di neve, tienila all’ ombra consiste nel riuscire a trascendere ogni suo aspetto e valore estetico per diventare una testimonianza sulla sventata storia recente d’ Italia, un documento sconfortante sull’ irrilevanza della cultura nel formarsi delle più o meno libere opinioni della stragrande maggioranza delle persone, e guardando il film non si può non chiedersi se il fatto che gli italiani non leggano non sia un problema molto più importante dell’ introduzione del processo breve e del federalismo fiscale. Alla fine di quelle durissime giornate di riprese mi chiedevo quale sarà il giudizio che su questi anni daranno i nostri figli e le nostre figlie, e che penseranno di noi – noi che oggi scriviamo i romanzi e i saggi e i giornali e giriamo i film e i documentari negli anni di Berlusconi e abbiamo visto succedere ciò che il film ritrae e non abbiamo mai detto nulla perché è sempre difficile, sempre antipatico, sempre politicamente sbagliato parlare contro il popolo, questo nostro popolo che non ci ascolta. E mi rimproveravo, perché in quelle notti lunghissime mi sembrava d’ aver sempre scritto solo minuetti, esercizi di stile più o meno riusciti, operette inoffensive e godibili da leggere all’ ombra del palazzo del Principe, quando invece potevo provare a combattere, seppur con le mie povere armi spuntate, lo stato di cose insostenibile e indegno contro il quale la mattina seguente avrei ricominciato a sbattere, col microfono in mano e la mia camicia bianca con le maniche arrotolate con cura, perché almeno in quello mi garbava assomigliare al maestro Pasolini dei Comizi d’ amore. Era sempre difficile addormentarsi, in quell’ estate rovente. Molto, molto difficile. L’ unico modo era chiudere gli occhi e riempirmi la mente delle immagini di quei meravigliosi vecchi che ogni tanto nel film mi è capitato d’ intervistare, e che a dovermi confessare che non leggevano da decenni si vergognavano e abbassavano gli occhi, ma poi di colpo sembravano come riscuotersi e si mettevano a recitare a memoria con lo sguardo fisso dentro la macchina da presa dozzine di meravigliose terzine incatenate dal “Canto Quinto”, sdentati e sorridenti, per qualche attimo felici, ancora e sempre perdutamente innamorati del ricordo di un libro. – EDOARDO NESI